Un 25 aprile al Delta
C’è un posto dove un cartello piadina sta accanto a un bandierone di San Marco. Forse è Romagna, forse Veneto, forse Emilia, forse nessuno dei tre.
Le case hanno giardini smisurati, quasi tutte con il barbecue, il dondolo, qualche volta una piscina. Sembra che ognuno si sia costruito un piccolo agriturismo a uso personale. È un misto di invidia e terrore.
Bandiere italiane dappertutto. È il 25 aprile, ma molte stanno lì da sempre. Se ce ne sono troppe servono a fermare il viaggiatore per vendergli piadine, o frutta.
Sull’orizzonte si vedono ancora gli acquedotti di cemento armato del dopoguerra. Sembrano gli spomenik jugoslavi, anche loro oggi sono inutili.
Le casette della bonifica sono ancora in piedi, tutte uguali, aspettano di crollare e nessuno le tira giù. Intorno si ara sempre più vicino ai muri, come al gioco del bastoncino in spiaggia, tirare via la sabbia senza far cadere il bastoncino in mezzo.
Si parla sempre di consumo del suolo, qui sembra il contrario. È il suolo che consuma quello che gli sta sopra. Le case, le attività commerciali, lo zuccherificio.
Spesso ci diciamo che andiamo in posti sgangherati per tornare a casa contenti di quello che abbiamo. Qualche volta non funziona, e quando riparti non sei più così sicuro che dove vivi sia meglio.
Le rotatorie le hanno costruite anche dove c’è poco da regolare, perché agli stop gli automobilisti si schiantavano perpendicolari uno contro l’altro.
I cartelli vendesi sono vecchi come le case che dovrebbero vendere. Quando passava di qua Celati notava come le insegne leggibili fossero soloquelle commerciali, le altre in rovina. Oggi sono apparsi anche i cartelli del museo delle bonifiche, della cultura, della pesca. Non so cosa ne avrebbe pensato.
Tutto è al livello del mare, o sotto. Gli aborigeni australiani raccontavano che la fine del mondo sarebbe arrivata con un’ultima onda. Qui probabilmente non arriverà, sarà solo un andarsene lento.













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