[Questo articolo è stato commissionato da Generali Italia e scritto completamente e indipendentemente da me]
Qualche giorno fa sono stato invitato a toccare con mano l’Oasi Gregorina di Castrocaro Terme-Terra del Sole, che Generali Italia e WWF hanno inaugurato su terreni del Gruppo Leone Alato, la holding agroalimentare e vitivinicola del gruppo. L’esperimento sembrava interessante: è possibile trasformare una tenuta agricola in un’oasi? E non semplicemente abbandonando completamente la coltivazione, ma rendendola parte integrante e costitutiva dell’oasi? Cosa aveva di diverso da un agriturismo, diceva la solita vocina scettica in me. Insomma, ho fatto un po’ di domande – come al solito, la parte economica e di sostenibilità effettiva ha preso un po’ il sopravvento, a discapito di istrici, api, lupi, vigneti, calanchi e boschi fruttiferi. Ho fatto qualche domanda a Igor Boccardo, CEO del Gruppo Leone Alato, prendendo spunto dal quel 14% di emissioni che, nelle sue parole, sarebbe all’incirca il contributo dell’agricoltura alla crisi climatica.
Igor mi ha parlato dell’impegno nell’integrare sostenibilità e agricoltura all’interno del progetto #generaliact4green, che prevede la piantumazione di un milione di alberi sulle loro terre, enfatizzando un impegno a lungo termine di sessanta anni per creare vere foreste. Io ho pensato subito, da ragazzo di pianura, a quei chilometri di pioppi in fila come soldatini alle parate. No, saranno incasinati come i veri boschi, imperfetti, mi dice. L’esperimento prevede di proseguire con la produzione agricola e vitivinicola: siamo in Romagna, e ovviamente si produce Sangiovese di Romagna DOCG, olio Colline di Romagna DOP e miele millefiori. L’ultima scommessa è quella di includere nella vita dell’Oasi le comunità locali, restituendo la fruizione dei terreni a scuole ed enti, per originare un loop educativo di valore. In effetti avrei voluto essere un bambino del 2024 all’Oasi Gregorina invece di quello del 1980 allo zoo di Pistoia.
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Ma poi ho dovuto fargli la domanda che mi frullava in testa da sempre: l’agricoltura sostenibile è scalabile e può essere competitiva sui costi?
Igor ammette che la scalabilità è una sfida complessa. Gruppo Leone Alato sta conducendo test su un’intera azienda di 75 ettari per valutare l’impatto sulle rese delle pratiche di agricoltura rigenerativa. Fattore chiave nella scalabilità è anche l’adozione di nuove tecnologie, come per esempio trattori con GPS che riescono a ridurre l’uso dei carburanti. Altre tecniche possono diminuire il consumo di concimi o acqua, differenziandone l’uso attraverso i dati dei sensori. (Ho scoperto che esiste l’agricoltura 4.0). C’è poi l’agricoltura simbiotica[1]: che implica l’inoculazione del terreno per arricchire il biota microbico, fattibile su larga scala. Inoltre, si cerca di ridurre le pratiche invasive in campo per preservare il microbiota del suolo e minimizzare i consumi. Il tema cruciale è mantenere i costi accettabili (dal mercato, dalla filiera, ecc.) mentre si migliora l’efficienza e la sostenibilità dell’ecosistema agricolo. Ma questi fattori non sono più necessariamente in contrapposizione, e questa è una buona notizia.
[1] https://www.ccpb.it/blog/2016/10/07/agricoltura-simbiotica-catena-alimentare/
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