[scritto per la rivista "Bollettino" di Generali. Grazie per la concessione di pubblicarlo anche qui. Potete scaricare la rivista in pdf qui]
Gary Shteyngart descriveva, nel romanzo Storia D’Amore Vera e Supertriste, un futuro distopico e imprecisato in cui l’umanità è permanentemente connessa attraverso un post-smartphone. È l’Apparat, che attraverso un social network onnipresente (GlobalTeens), invita ripetutamente a «passare alle immagini» abbandonando l’obsoleto testo. «Switch to Images today! Less words=more fun!»
Le similitudini tra questo libro del 2010 e la vita quotidiana del 2017 sono abbastanza inquietanti. Il numero di immagini create e scambiate quotidianamente è sempre più elevato. Ogni giorno in tutto il mondo 200 milioni di foto vengono pubblicate su Facebook, 80 milioni sono condivise su Instagram, 250 milioni vengono trasmesse su Whatsapp.
C’è stato un momento della storia recente in cui l’SMS (puro testo!) aveva spostato dalla voce alla scrittura il baricentro della comunicazione tra persone: le compagnie, appunto, telefoniche si erano rese conto che la telefonata non era più il servizio ambito, e che invece i messaggi esercitavano un’attrazione irresistibile sugli utenti. Anche le prime connessioni a internet servirono soprattutto per mandare email altrettanto testuali. E anche le prime forme di social network erano prevalentemente testuali, i primi blog, i forum, Twitter (che non aveva immagini, al tempo), i gruppi di discussione, anche Facebook prima maniera conteneva foto in misura talmente limitata che faremmo fatica a riconoscerlo ora. Nel 2017, ogni chat è inframmezzata di immagini e video, e resa più vivace da emoticon spesso più frequenti delle parole stesse: gli emoji, come vengono familiarmente chiamati, sono gli ideogrammi digitali di una comunicazione sempre più visuale. Il centro della comunicazione personale si è spostato dalla tastiera alla fotocamera dello smartphone.
Ora ogni smartphone ha più capacità di contenere foto e video di qualunque fotocamera di qualche anno fa, e una qualità migliore. Il costo del mantenimento in cloud di 100 GB, capaci di contenere più di 30.000 foto, è di poche decine di euro all’anno. La facilità, l’ubiquità e la qualità delle immagini catturabili da qualsiasi smartphone ha reso l’umanità avida di momenti da fissare, di sensazioni da inviare, di ricordi da rendere «registrati per sempre». Stiamo accumulando miliardi di miliardi di pixel in alta definizione ogni singolo minuto.
Qualcosa di inaspettato sta accadendo: paradossalmente l’enorme numero di foto e video che accumuliamo, riceviamo e spediamo è quello che ci fa sembrare ancora più sfuggente il passato che cerchiamo di fermare filmando, fotografando, chattando. Più scattiamo velocemente, e accumuliamo, meno ricordiamo. Scriveva Coupland già nel – blandamente digitale – anno 1997 in Memoria Polaroid «alla fine resta la sensazione che quanto è successo anche solo la settimana scorsa sia roba di dieci anni fa». La digitalizzazione della memoria ci sta facendo perdere la memoria, come un arto non più utilizzato che si rattrappisce?
In più, la connessione – diventata continuativa – ci spinge a dimostrare continuamente la nostra esistenza, l’onere della prova sembra essersi invertito. «Non ti vedo online da ieri, va tutto bene?» E i luoghi digitali in cui dimostrare la nostra esistenza sono di natura diversa: pubblici, privati, semiprivati. Ognuno di questi ha sue regole e modalità di protezione della privacy o, al contrario, di amplificazione del nostro personale brand.
Contemporaneamente, la gestione della vita raffigurata digitalmente è divenuta complessa. Ritrovare qualcosa è diventato spesso impossibile. Abbiamo salvato foto su Dropbox, su Google Drive, e prima in hard disk. Ma la quantità ci sopraffà e ci fa demotiva anche solo a provare di ricercare le vecchie foto, perché già solo il flusso delle ultime 24 ore, o anche quello istantaneo, è semplicemente troppo. Non abbiamo più il tempo di sistemare le foto come facevamo con le vecchie diapositive. O forse non lo vogliamo utilizzare, perché quello che stiamo fotografando ora ci attrae di più, ci dà dipendenza.
Di fronte a questa mutazione digitale l’umanità si è divisa. Qualcuno ha afferrato che il flusso continuativo di immagini e video contribuisce in modo decisivo a tenere vivo il ricordo presso i propri amici, divenuti poi follower, fan, liker. Chi ha accumulato reputazione e audience online non può fare a meno di trasmettere la propria vita: una specie di disintermediato, personalizzato e volontario rifacimento su misura e in soggettiva del Grande Fratello televisivo. L’influencer, colui che vive dando visibilità online a prodotti, ha bisogno della proiezione multimediale, senza interruzioni e pubblica della propria vita in cui inserire il product placement. Ma altre persone, forse la maggioranza, hanno deciso di tornare a condividere in ambiti più privati e protetti. Di mandare oggetti mediatici a piccoli gruppi o ai singoli senza il pericolo che qualcuno dopo qualche anno ne chieda conto disseppellendo serate imbarazzanti nella cronologia del profilo Facebook o Twitter. L’esplosione dei gruppi Whatsapp e Messenger è stata la prima conferma della voglia di tornare a comunicare con spontaneità, senza panico da palcoscenico.
La seconda conferma a questa controtendenza è stata la nascita di diverse piattaforme in cui le immagini scompaiono dopo un giorno. Il digitale continua a modellare la nostra vita reale, ma anche a modellarsi su di essa. La permanenza della comunicazione non è la regola nel dominio degli atomi. Verba volant, si diceva. Anche la memoria del cervello umano è selettiva e limitata. Filtra, seleziona, modifica. Non accumula, non mantiene ogni cosa. Ieri mattina ho parlato con il mio barista prendendo il caffè. Ma non ricordo nemmeno cosa ci siamo detti. Io l’ho cancellato. Lui a maggior ragione avrà fatto lo stesso. Snapchat ha inventato le cosiddette “Storie”, fotogrammi di vita, emoji, testo, disegni, buffi filtri in cui ognuno di noi può assumere un aspetto diverso. Tutto effimero, destinato a sparire dopo 24 ore. Ora ai 100 milioni di utenti giornalieri di Snapchat si sommano 200 milioni di persone che usano quotidianamente le Stories di Instagram, un suo clone, per molti migliore dell’originale. La nascita di Snapchat – e delle sue imitazioni – è stata una conseguenza di un bisogno, non una causa di una moda. Un’app nota più che altro per il sexting (cioè il sesso a distanza via messaggio) è stata eletta come strumento preferito per chi non vuole far rimanere un momento per sempre, indipendentemente dal fatto che questo fosse socialmente accettabile o meno. La crescita vertiginosa di queste app è stata spinta dal bisogno di comunicare senza la responsabilità di «scrivere nella storia» i propri momenti. Si chiamano Stories, «storie». Ma sono storie con la esse minuscola. Come tutte le situazioni quotidiane che dimentichiamo, ma che nel complesso costituiscono la maggior parte delle nostre vite.
Forse condividendo digitalmente in modo effimero parte del nostro tempo, riusciamo a rendere la quantità di memorie e immagini in Rete sopportabile, e quello che ricordiamo – senza ausili – più vivido. Anche il gestore massimo della nostra vita in Rete, Mark Zuckerberg, sembra aver intuito che l’accumulazione di un passato registrato nei dettagli non è per tutti e per ogni momento, e che anzi assomiglia paurosamente a qualche episodio di Black Mirror. Facebook, Instagram, Messenger, Whatsapp hanno ora tutti inserito la possibilità di dimenticare. Lo stesso Gary Shteyngart, nello stesso libro, a un certo punto fa dire a un personaggio «sviluppa un senso di nostalgia (analogica, ndr) per qualcosa, o non capirai mai quanto è importante.»
Foto di Brett Jordan
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