Instagram introduce le stories | Facebook introduce le stories | WhatsApp introduce le stories
Che le cose non avessero preso un piega positiva per Snapchat si è capito da quando Facebook (e il suo fiuto per il futuro) l’ha messo nel mirino. Se non puoi comprare, puoi copiare, e soprattutto puoi farlo senza che ai tuoi utenti interessi minimamente chi ha inventato qualcosa (ma è così dalla storia dell’umanità – chi ha inventato la station wagon? e chi se ne frega, giustamente) o è stato il primo a pensarci.
L’esecuzione è chiave, si dice, giustamente. Copiare non è poi così facile, non è scontato, non è rapido. Ma Facebook ha un’elasticità sconosciuta alla maggior parte delle aziende. Ha fatto i raggi X a Snapchat e l’ha fatto meglio, in estate, in 90 giorni, attraverso le Instagram Stories. Uno Snapchat adattato per la sua audience, composta non di soli chatter o di ragazzini che si nascondono ai genitori usando Ask come principale social, ma di Instagramer ed influencer grandi, piccoli e wannabe come DNA dominante. Ci ha inserito le mention, così permettendo di linkare ad altri account (per cui gli influencer si possono fare pagare dai brand), ha usato una interfaccia più amichevole, più alla portata di tutti, ha finalmente consentito badge di località, luogo e altro (geofiltri) alla portata di tutti, bypassando l’assurda limitazione imposta da Snapchat – che voleva (ahaha) monetizzarli. Ha infine, messo talmente visibili le storie da poter avere traffico da subito. E il traffico è soldo vero per quel pubblico.
Instagram è così passato senza che nemmeno ce ne siamo accorti da essere un social di foto “belle e quadrate” a un social di massa semplicemente e prevalentemente per giovani. Mark ha completato il piano «nessun nemico sotto i 20 (anni)». Poi sì ci siamo anche noi anziani che guardiamo su Instagram ancora le foto «belle» (ma solo la nostra bolla ci fa pensare di essere maggioranza). Gli altri lo usano come Facebook – o come Snapchat, appunto.
Ma anche Facebook è passato da essere un social di status, foto e link a un social visuale mobile nativo in 18 mesi. Ma è soprattutto diventato il social per tutti, la Rai Uno+Canale 5 dei prossimi dieci anni. E ora ha, infine, anche la funzione di video istantanei, appunto, «à la Snapchat» – li fai e scompaiono, guarda un po’, dopo 24 ore. E ora FaceGram, dopo lo stupendo doppio plagio di Snapchat, fornisce tutto quello che è sufficiente e necessario per qualcuno tra i 13 e gli 80. ACME: A Company Making Everything.
Snapchat ha già perso come piattaforma, almeno in Italia. Ha perso la corsa al mainstream, quantomeno. Dovrà trincerarsi in attesa di capire se diventare altro ancora o farsi acquistare. Non ha sviluppato in italiano e in una sacco di altre nazioni – troppo oneroso, per un mercato di serie B – quello che negli USA la fa rimanere la piattaforma leader sotto i venti anni: l’inclusione di quello che è il nuovo format di broadcast verticale televisivo, a cura di nuovi editori alla Buzzfeed, sintetici, mobile, irriverenti, touch. Da fruire, semplicemente.
Non ha migliorato il messaging, ancora un incubo per chi semplicemente non vuole mandarsi foto di peni e tette, rimasto indietro rispetto alla tremenda ed efficace semplicità di Whatsapp e perfino all’abbondanza di utilizzi, API e bot di Messenger. Solo Twitter è riuscito a fare peggio di loro.
Snapchat, come dicevo nel mio post di circa un anno fa, ha creato il linguaggio universale mobile connesso di massa del futuro: rettangolare e verticale, multimediale, aumentato di realtà e filtri, condito di testo, disegni, emoji, badge geolocalizzati. Ma questo servirà solo a dire, nell’immaginaria Hall Of Fame dell’internet, «è stato lui a», non a garantirgli un posto tra i social «maggioritari» del futuro. Benvenuto Snapchat nelle enclave etniche, assieme a Pinterest, Tumblr, We Heart it, Ask, Quora, e tanti altri.
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