La controriforma social: eccovi la pagina monopost di Facebook

 

C’è un trend interessante nel mondo del social per persone normali cioè — in pratica — Facebook. La Pagina monopost. C’era una canzone di Elio che faceva più o meno così, “La canzone mononota”.

Condurre un’esistenza di sforzi
Tallonando la chimera di una melodia composita
Gremita di arzigogoli rarissimi
Che poi alla fine scopri
Che ti mancava quella nota sola
Bellissima
Che sciocco non aver pensato prima
Alla canzone mononota
Una canzone poco nota
Che si fa con una nota

Una buona parte dei brand, quelli che spendevano fantastilioni in spot o almeno in stampa, si sta interrogando se davvero serva trasformarsi in un editore, come dice il mantra dello storytelling, se valga lo sforzo.

Se davvero abbiano qualcosa da dire tutti i giorni, due volte al giorno, e se il sovraccarico organizzativo, di agenzia e tutto l’apparatnik di community che ci si porta dietro, valga sul serio la pena, considerato poi l’investimento in advertising necessario per farlo visualizzare, e a chi?

Se promuovo contenuti che creano engagement nei fedelissimi probabilmente non saranno capiti dagli altri. e i contenuti per gli altri saranno considerati “commerciali” o da niubbi per i fedelissimi.

Il rischio dello storytelling social è di non uscire più dall’eco dei superfan. Che ti ripetono quanto sei figo, che ti dicono ne voglio ancora e ancora, di questi contenuti. Ma che in gran parte ovviamente comprerebbero il tuo prodotto anche se tu, su Facebook, non ci fossi. E che ti rompono le scatole volendo inevitabilmente sempre i vecchi prodotti o i vecchi post che ormai pochi si comprano nel mondo reale, là fuori.

L’advertising si sta spostando su Facebook, per la quantità di insight che questa piattaforma possiede, a un ritmo che non ho mai visto prima, ma non per il valore che il lead – il like alla pagina- (non) possiede.

Tuttavia lo storytelling di gran parte di queste aziende sta per finire. Non è economico, non dà utilità per chi lo fa e chi lo riceve. Non tutte ovviamente, ma quelle che lo continueranno a fare lo mettevano in pratica prima di Facebook, prima di internet, oserei dire. Ce l’hanno nel DNA. Immaginate Patagonia.

E’ facile fare battute come “la rivoluzione è finita”, ma la realtà è poco distante: si fa un post — un video — e se ne creano — magari — versioni diverse, per audience diverse, obiettivi commerciali diversi, poi si promuovono verso l’audience (giusta) di Facebook, non più verso i tuoi fan. Stop.

Il budget adv concentrato su pochi contenuti porta un sacco di commenti e di like, così il manager non ha il panico da zero engagement.

Ora, allontanatevi di un passo, guardate questa cosa da più lontano.

Lo vedete anche voi? Si chiama “spot”.

PS: su questo argomento, vi consiglio un agevole ebook di Massimo Moruzzi, dove, in modo un po’ amaro, indica come la social rivoluzione — sempre che sia esistita — sia davvero finita, soprattutto nelle metriche inutili e vanesie.

PS2: Gallizio mi ha risposto difendendo lo storytelling qui — o dicendo che ho banalizzato lo storytelling. Sì, ma era per capirci.