Storie di caffè — e il design dell’esperienza utente

Ci sono campagne per cui mi domando — con gli occhi dell’uomo qualunque — chi le abbia mai pensate, e dove fosse in quel momento, in quale edificio di quale metropoli, a quale piano, a quale altezza, a quale distanza in chilometri da coloro a cui effettivamente è rivolta. E soprattutto perché non ci ha fatto un salto prima, nel luogo in cui si svolge.

Quella che — per me — le batte tutte è Storie di Caffè, SdC per brevità. Il sito è purtroppo (ma probabilmente non a caso) attualmente vuoto.
SdC ha fatto tutto quello che un buon generatore automatico di social, storytelling e user generated content suggerirebbe di fare, e tutto sommato, anche l’esecuzione formale non è male. Vediamo alcuni esempi.

Scrivi la tua storia di caffè, verrà messa sulla bustina di zucchero.
Bello in teoria, fallimentare nella realtà. Zia Filly non esiste, ovviamente.

Disegna la tua storia di caffè e mettila nella scatola.
Bello in teoria, fallimentare nella realtà.

Completa il racconto di De Crescenzo.
Bello in teoria, fallimentare nella realtà.

Non ti piace il caffé? Te ne facciamo un altro.
Bello in teoria, fallimentare nella realtà.

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Cosa hanno in comune tutte queste iniziative? Che una percentuale tendente allo zero vi partecipa, certo. Ma perché?
Perché nessuno probabilmente ne ha mai testato il design dell’esperienza sul campo, nessuno è andato oltre alla teoria in slide dello strategic planner. Nessuno ha mai provato a piazzare un prototipo della scatoletta porta-racconti in un autogrill o in un’affollata stazione ferroviaria, in cui gli addetti sfornano 23 caffè al minuto, e gli avventori hanno circa 10 minuti di tempo per la caffeina, la pipì e un giro veneratorio obbligato alla noce di prosciutto al pepe, e vedere se qualcuno faceva davvero qualcosa, sulle migliaia di persone che entrano ogni giorno.

Sarebbe stato utile osservare, in un prototipo in un vero autogrill, se qualcuno avesse mai *contemporaneamente* il tempo, la voglia, la penna, il supporto, l’ispirazione, la concentrazione per scrivere o disegnare qualcosa, resistendo al contempo alla pressione degli altri avventori che si contendono 10 cm di bancone per poter ordinare l’agognato cappuccino.

E nell’ultimo caso, se qualcuno avesse mai il coraggio, davanti all’addetto sudato e stanco, di dirgli — con faccia di culo — che il caffè non è buono. Questo andava testato con una candid camera, utilizzando il peggior caffè che l’addetto volontariamente sarebbe stato in grado di produrre.

Un prototipo, un test sul campo, una prova dal vero vale mille riunioni e mille slide piene di buzzword. Soprattutto quando stai per spendere milioni di euro di creatività, media, packaging, e tutta la paccottiglia fisica collegata.