Me lo ricordo come se fosse l’altro ieri, quando decisi — sto usando il passato remoto per una cosa online, fa una certa impressione — di aprire questo blog: un fax a Tiscali e un fax al NIC, un account di Blogger che pubblicava sul mio dominio via FTP, che fantastico accrocchio di tecnologie.
Perche’ lo feci? Ormai me l’avranno chiesto decine di volte, incredibile quanto la gente ami intervistarti nell’epoca in cui devi scrivere tanto per riempire cartelle senza fine, e nell’epoca delle interviste online e’ piuttosto efficiente fare in modo che sia l’intervistato e non l’intervistatore a sbobinare. In sintesi, un mix di senso di sottovalutazione (“come diavolo fa il mondo a non essersi ancora accorto della mia grandezza?”), noia e curiosita’: un po’ quello che muove qualsiasi persona, credo.
C’e’ da dire che allora avere un blog era un po’ l’unica forma di autoespressione non mediata da un filtro editoriale, e quindi tutti coloro con un minimo di capacita’ scrittoria lo aprivano, prima o poi. Gia’, la scrittura: era un periodo di grandi rivincite per chi non sapeva poi tanto parlare (o suonare la chitarra in spiaggia) ma gli veniva dalle mani quella cosa che allora era riservata a scrittori e giornalisti, e sentiva di doverlo mettere da qualche parte (e poteva finalmente scrivere lettere d’amore via mail senza essere considerato ottocentesco).
Tutti gli altri autoconsiderantesi artisti dell’epoca erano penalizzati dalla scarsa banda disponibile o dallo spazio in hosting costoso: le foto si caricavano con una lentezza esasperante — e ora che scorriamo 1000 foto di Instagram o di Tumblr al giorno non ci sembra nemmeno vero — i video prima di YouTube erano riservati a chi poteva pagare in LireBit i download della propria audience.
Per questo, quando i talebani della privacy mi dicono che nel 2014 le grandi corporation social e online si vendono il colore dei miei occhi come dati statistici (cit.), io alzo un po’ le spalle e penso “fate come volete ma lasciatemi questa cosa che io posso caricare foto, testo e video senza limiti”, del resto la Coop lo faceva anche con la tessera fedelta’ di mia madre, e in cambio non le ha migliorato la vita, bollini esclusi.
Ora, scrivere e leggere non e’ piu’ il mezzo di espressione dominante, da quanto l’online e’ stato colonizzato dalla gente normale, da quando il mio vicino di casa ha Facebook e vive di Youtube. La gente guarda le figure, fisse o in movimento, su questo non ho dubbi (e pure io, sia chiaro). E ne sono pure contento, di questa de-elite-izzazione della rete, anche se ha eliminato la mia indifendibile e wishful-thinking speranza che l’online avrebbe reso anche la gente un po’ piu’ intelligente, in media. Ma vabbe’, non era davvero possibile. Ha solo divaricato le opportunita’: chi era gia’ curioso puo’ esercitare a un livello stratosfericamente superiore, chi guardava i programmi del pomeriggio, li puo’ avere ventiquattro ore su ventiquattro.
Dopo dieci anni, mi ritrovo a essere sopravvissuto: dove cazzo siete finiti tutti, verrebbe da dire: qualcuno ha fatto dell’online talmente una professione da non avere piu’ nessuna voglia di scrivere in prima persona, come un pasticcere che odia i dolci, qualcuno ha visto i suoi lettori meno assidui e si e’ scoraggiato o scocciato di scrivere per quattro gatti (oh, non che questo blog superi i 20.000 unici mensili), qualcuno e’ diventato famoso e deve sottrarsi alla celebrita’ il piu’ possibile, un altro ha clienti permalosi che non gli permettono piu’ di scrivere, in pratica e cosi’ vai di social, che hanno il vantaggio di limitare i pensieri per pochi e fidati (a parte quella cosa degli occhi).
Ha senso aprire un blog ora? Davvero, non lo so. Ogni tanto uno studente di marketing mi manda una mail in cui dopo tre post mi chiede cosa ne penso del suo blog: rifammi la domanda tra un anno, gli rispondo. Lui spesso nemmeno mi risponde, probabilmente offeso. Un blog e’ un viaggio, si fa piu’ per se stessi che per il resto. Non staro’ a ridirvi di come monetizzare un blog sia quasi impossibile, se non in quanto differenziatore di voi stessi dagli altri.
Eppure io sto continuando ad aprirne, piu’ che altro perche’ lo trovo un modo divertente di avere collezioni e squarci di realta’ parallele — non installo nemmeno le Google Analytics, nemmeno controllo l’engagement o i follower su Tumblr: per i curiosi, nella spalla destra del blog c’e’ la lista.
Fategli gli auguri, quindi: io sono in vacanza, ho lasciato il Mac a casa, sto scrivendo questo post da una tastiera Bluetooth in cui non ci sono le accentate, ho cancellato dall’iPhone le app di Facebook e di Twitter, e mi sto dedicando solo alle mie internet interiori su Instagram, leggo cose lunghe e basta, non converso con nessuno se non con il barista dello sperduto caffe’ valenciano. Ma lui e’ sempre li’, che fa leggere piu’ di 500 post a quelli che arrivano, compresi quelli che arrivano da Google e che scappano subito, visto che cercano inutilmente il telefono di Sky o di Quixa.
un blog di dieci anni

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