Cosa ci trova il giornalista medio — letteralmente ossessionato — in Twitter, tanto da ritenerlo di norma un territorio ben più affollato di quanto non lo sia, mentre a essere ottimisti è popolato sì e no da un 10% degli italiani (CENSIS 2013) e in cui un tweet viene letto sì e no dal 10% dei follower? Sicuramente una specie di rivincita del testo scritto (anche se proprio qualche giorno fa anche Twitter si è arreso alle più popolari e democratiche immagini). Ma soprattutto, chi non lo adorerebbe, uno strumento che ti fa capitalizzare personal branding gratis (assorbendolo dalla citazione della testata nella bio, o dall’account strategicamente posto alla fine degli articoli) e senza doversi sbattere come con un blog?
A un mio primo studio, superficiale e banale, svolto dal sottoscritto su un campione non rappresentativo, direi che il medio giornalista mapperebbe il territorio così (tra parentesi, l’azione che gli richiede la situazione).
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