[provati per voi] One Direction in concerto

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Forse oggi un vero blog di social media marketing dovrebbe scrivere di come Nutella sia riuscita con una lettera “cease and desist” (una specie di ultimo avviso degli avvocati, arrenditi o sparo) a creare un caso di quelli che metteremo nella slide per sempre fino alla nausea: minacciare i propri fan, anzi il migliore dei propri fan. Colui che non solo mette like o commenta come una pecora guidata dal pastore brand e tenuta in gruppo dal community manager pastore tedesco. Un fan che ha osato CREARE un tributo al brand. Ma che siccome il tributo non è guideline compliant, e soprattutto non è creato dal potente marketing centrale, questo deve non esistere, scomparire. “Ehi, fan, tornate nel gregge cazzo! Abbiamo fatto una pagina-ovile per voi su Facebook, è bellissimo, che diavolo ci fate lì nei prati?!” Non scrivo di più, tanto ci penseranno migliaia di blog di social media consultant a vivisezionare il caso. Avete già capito, comunque.

Invece.

Vi racconto di come ieri sono stato a una celebrazione di un brand (oppure a un concerto di una boy band che fa musica prevedibile e commerciale, popolato da ragazzine urlanti). Mi hanno insegnato che entro certi limiti, possiamo decidere di vedere la più soddisfacente delle realtà. Io ho scelto, appunto, dovendo per forza esserci, quello di essere presente alla “celebrazione di un brand da parte delle fan più appassionate, vista con gli occhi di un documentarista sociologo”. Insomma, si torna sempre alle passioni degli altri.

Il concerto, per la tribù dei fan, non è stato solo un prodotto da comprare. È stato anche un prodotto da creare. Mi spiego: già da mesi queste su Twitter, tramite hashtag, hanno fatto capire che questo concerto ci doveva essere. L’hanno comprato non in prevendita, ma in pre-produzione. Oltre il crowdfunding. Ecco il pre-tail in azione.

La prima cosa che noti, nel preconcerto, è il mix di persone transgenerazionale: ma non tutti sono “accompagnatori neutrali”: ci sono mamme directioner (non sapremo mai se per emulazione della figlia, in un ribaltamento degli schemi psicologici classici, o per infiltrarsi senza obiezioni all’interno dell’Arena e vegliare da vicino la pargoletta ormonata. Certo alcune, con la loro bandana in testa e le scritte a pennarello in faccia sono ben al di là della soglia dell’umana pateticità). Ci sono poi i padri, dignitosi nelle loro giacche della domenica, alcuni disposti a passare la serata al ristorante inculaturisti a fianco all’Arena per permettere alla figlia priva di biglietto di ascoltare da fuori la celebrazione. Altri, evidentemente con grandi code di paglia di attenzione, o sensi di colpa per assenze, girano con cartelli “compro biglietti”. Disperatamente, si intende. A qualsiasi prezzo, sottinteso. Ci sono poi i padri yeah, i più imprevisti: maglietta “I’m a directioner dad, please Harry marry my daughter”. Gli volevo stringere la mano, gente coraggiosa.

Ci sono poi i veronesi non-coinvolti, che si chiedono chi sia tutta questa gente. Ci sono anche pensionati, muniti di seggiolina ripieghevole in alluminio modello Lignano Sabbiadoro, che si godono il concerto, da fuori. Guardando fissi gli archi dell’anfiteatro millenario. Chissà cosa li spinge a trascurare la TV generalista per questi cinque ragazzotti.

La divisione tra gli eletti, quelli che hanno il biglietto, e i dannati, gli altri, è visibile a occhio nudo. Pare che un sacco di gente sia venuta solo per “avvicinarsi”, senza speranze di entrare. Occupano delle scalinate attorno alle tribune, senza mai lasciare il posto. Che anche quello ha un valore, in un’economia di coda lunga.

A un certo punto, le ragazze corrono, scappano. Così all’improvviso. Una, due, cinque, dieci. Come un flashmob. È un flashmob? No, qualcuno ha detto che qualcuno della band è apparso all’Arena, in alto. Sembra che la piazza sia stata sollevata da un lato, come fosse un vassoio, e le goccioline d’acqua si siano compattate dall’altro, in 30 secondi. Sono LORO, dicono. LORO alzano le mani, ESSE alzano le mani, in una forma di collettivismo spontaneo. Qualcuna piange, non so se per l’emozione o la mancanza di biglietto che si rende REALE sotto i suoi occhi.

Lo Store 1D, una specie di temporary shop che segue il tour, crea una coda per entrare di circa 250 metri, che si snoda per Verona come uno Snake nelle vie circostanti. Non capisco come possano pensare di entrare prima dell’inizio del concerto. In realtà, scoprirò dopo, le figlie fanno la coda finché non è l’ora designata: successivamente, sarà il genitore a fare la coda per loro, saltando la cena, con un biglietto della spesa in mano con la lista delle chincaglierie da comprare, mentre la figlia si gode il concerto. Ho visto, lo giuro, signore bene uscire con un cartonato ciascuna a grandezza naturale, con il quale le figlie potranno fare pre-sesso o comunque struggersi in camerette colorate e posterizzate.

Ci sono poi gli acquisti consolatori: le fan di prossimità (che vengono a sentirsi vicine, sentire da fuori, ecc.) acquistano in felpe per importi molto superiori a quelli del biglietto (almeno quello del prezzo normale). Alcune fan di prossimità, probabilmente le stesse dei padri con il biglietto “vi prego, vi prego, vi do tutto quello che volete, vendetemi un biglietto per l’amor del cielo”, si aggirano poi con grosse shopper dei principali store, Intimissimi, Zara, ecc. cantando fuori dall’arena le canzoni del concerto (in realtà, causa rimbombo ed eco sono in leggera differita, come se fossero via satellite, con uno strano effetto nelle strade della città).

Le esternalità positive per la città di Verona sono rilevanti: nessun danno alle strutture, niente a che vedere con famosi concerti rock alla Pink Floyd, e ristoranti e bar strapieni di accompagnatori. Agli One Direction la Confcommercio dovrebbe regalare la cittadinanza onoraria. Un barista mi racconta che con un concerto così a settimana potrebbe tenere chiuso gli altri giorni. Mi racconta anche di biglietti scambiati a 1000 euro. “Andrei a Sharm, io, con quei soldi”. Io, comunque, tengo per quelli dei mille euro per il biglietto, piuttosto che per quelli che ci andrebbero a Sharm.

Aprono le porte. Le directioner iniziano a fluire verso la celebrazione. Ad ogni passaggio di batteria, si urla, anche per le strade. Una mamma in attesa mi chiede se mia figlia ha fatto la (disorganizzatissima, a sentire lei) coda per l’ingresso. “no, mia figlia aveva un numerato”. Mi guarda come se mi fossi trasfigurato, un dio dell’olimpo.

A proposito, in generale all’esterno i genitori fanno comunella come nemmeno alle recite scolastiche. Un social object che hanno subìto, trasformato in community, e probabilmente in speed-date. Scommetto che sono nati più amori fuori, che dentro il concerto (anche perché l’audience è al 99% femminile).

Poi finisce. Scorre lento un fiume di gente in lacrime, sudata, occhi lucidi, facce rosse, bandane e magliette tutte sfatte e stropicciate. I genitori amorevolmente si informano “ti è piaciuto? Raccontaci”. La coda allo Store torna ai 250 metri dai 50 metri del minimo assoluto. “Sai papi, hanno messo il mio tweet in diretta sul maxischermo, e poi loro ci hanno risposto. Hanno scritto su Twitter, guarda. Un posto che non dimenticheranno mai, hanno messo la foto su Instagram”. “E voi, avete twittato?” “No, no, non volevamo perderci nemmeno un attimo. E poi, la rete era morta.”