I consumatori (ops, le persone) più “responsabili” usano i social media per informarsi

foto di @twittaurora

Qualche giorno fa mi è arrivato un comunicato stampa di Nielsen in cui si diceva che

il 46% dei consumatori globali online è disposto a pagare di più per prodotti e servizi di aziende che hanno sviluppato programmi di responsabilità sociale, consumatori che Nielsen definisce “socialmente consapevoli”.

E ancora:

In Europa, l’Italia si posiziona al primo posto con il 38% dei consumatori che dichiarano di essere disposti a pagare di più, seguita da Germania (32%), Spagna (31%), Francia e Gran Bretagna (entrambe 27%).

(anche se degli italiani e delle loro dichiarazioni, dagli exit poll in poi, mi fido abbastanza poco)

Ma il punto decisivo è questo forse:

i consumatori globali socialmente attenti si fidano dei consigli da parte di persone che conoscono (95%) e cercano pareri e informazioni pubblicate online da altri consumatori (76%). I consumatori socialmente consapevoli sono, inoltre, più propensi, rispetto ad altri partecipanti alla ricerca, a utilizzare i social media per prendere decisioni d’acquisto (59% rispetto al 46% sul totale degli intervistati).

Non si tratta più di fare stanco cause-marketing (compra questo, che devolviamo un euro a una scuola in Africa) si tratta di embeddare lo scopo nel prodotto (compra questo, costa di più, ma abbiamo dato un giusto salario alle persone che lavorano in Africa per noi)

Dopo aver descritto la parte delle persone e delle attività online conseguenti delle aziende come un corrispettivo digitale dei carri di carnevale e del gettito, è una buona notizia, soprattutto per me, che ho sempre scritto che l’utilizzo al meglio dei social media deve essere accompagnato da quello che Gapingvoid definiva “purpose-idea” e Tara Hunt higher purpose: qualcosa che va al di là del puro scambio economico di breve periodo.

Il miglioramento della vita e della comunità diventa così un fattore decisivo per il successo nei social media ma è anche un punto a favore, un piccolo vantaggio per quella fascia di iniziative marcatamente incentrate sul tema della sostenibilità che non ha grandi budget da spendere, ma può sfruttare il fatto che le persone sono sempre più media, e che buona parte di queste non usano vivaddio il loro palinsesto solo per guadagnare bollini o sperare di vincere concorsi a premi, ma anche per cambiare, passo dopo passo, il mondo che le circonda.

Su questo, e poi giuro di non parlarne più ;), ho scritto un post un po’ personale su di me, le banche, le “campagne” e sul senso dell’uso dei social media sul blog di Non Con I Miei Soldi. Ve ne riporto il pezzo finale direttamente qui.

Con i social media potete vendere più formaggini globali, più yogurt contro il colesterolo, potete fare concorsi a premi, basta avere abbastanza budget. Ma tutto questo non è niente di nuovo, e non è niente di difficile: regala qualcosa e arriveranno le folle.

Quello che possiamo fare davvero è coinvolgere senza budget milionari quelle relativamente poche persone che ci interessano davvero mettendo in comune uno scopo, un valore, un obiettivo comune e che davvero sono interessate a produrre un cambiamento, dentro o fuori l’azienda. Perché le persone oggi sono media, e possono utilizzare la propria influenza per coinvolgerne altre. Esattamente come è successo a me, quando tramite i social media sono entrato in contatto con la galassia di Zoes. A volte sembra che nulla cambi, perché il cambiamento è lento. Ma, credetemi, non è così.

Dice ancora Nielsen:

per permettere che le attività di marketing sociale influenzino le vendite, i clienti devono prima di tutto essere consapevoli dell’impegno effettivo dell’azienda. La ricerca dimostra che i social media sono uno strumento fondamentale per l’effettiva riuscita di una strategia di marketing sociale.”

Ma forse è vero anche l’inverso.