Perché i “blogger non esistono”

Foto di Ferrara, del Giornalaio (bentornato a casa!)

Mentre ero sintonizzato con l’evento Travel Blogger Elevator su Twitter, mi sono ricordato che due anni e mezzo fa (sembra un secolo fa) ho presentato una cosa in cui dicevo che i blogger non esistono. Che si inquadra molto bene nel discorso di qualche settimana fa sulla morte dei blogger e sulla rinascita dei blog: sull’argomento si sa la mia opinione. E si ricollega all’auto-sindacalismo (sto scherzando, per capirci) del travel blogger: fare il blogger non è e non sarà mai un lavoro, il blog è uno strumento di content marketing, non un media in miniatura. Sarà un viatico per avere un lavoro (che ti piace): copy, scrittore, marketing manager, digital PR, ecc. ecc.

Ma non si può “vivere di blog”: non vivranno nemmeno i giornali, di scambio contenuti contro sponsorizzazioni, o di banner, figurati i blog. Credo che in futuro nel turismo gli operatori chiederanno direttamente agli ospiti di produrre contenuti,  e si trasformeranno in curatori di contenuti. I travel blogger, ma soprattutto i blog trip sono solo una fase di passaggio, verso la definitiva socializzazione dell’esperienza turistica — direttamente delegata al turista stesso. I travel blogger saranno disintermediati. Raccontare un viaggio (su commissione) non sarà più necessario (ma se lo fate spontaneamente con passione, e sapete scrivere, vi si leggerà sempre, e qualche azienda intelligente assorbirà le idee, e magari vi contatterà in privato): avere qualcosa di nuovo da dire, sì.

Ora, travel blogger: distruggete pure quanto sopra nei commenti. O spiegatemi, se da qui non ho capito.