Uno dei culti più globali e omogeneamente distribuiti in ogni ufficio marketing e comunicazione è senz’altro quello del naming, che in parole povere è un po’ come quando i genitori del nascituro devono decidere come chiamare il neonato. Infatti anche ogni prodotto ha più di un genitore, ognuno con più parenti, di solito molto impiccioni e invadenti. Ognuno ha qualcosa da dire, da commentare, da suggerire, proporre nomi degli antenati, di chiamarlo come il papà, il nonno, lo zio, perché è un nome di famiglia, troppo comune, troppo strano, troppo lungo, troppo corto ecc. ecc. Qualcuno prova anche a pensare come prenderebbero quel nome le persone fuori dal giro familiare, ma è un attimo, e di solito il pensiero passa senza lasciare tracce.
Per fortuna che i genitori non passano tutto il tempo prima della nascita a decidere il nome, come succede nell’ufficio marketing. I genitori, al contrario dell’ufficio marketing, dopo un po’ capiscono che il nome, nel bambino, non ha poi tutta questa rilevanza: bambini belli e intelligenti con nomi orrendi trasformano il proprio nome in “originale, cool”, mentre i bambini più sfigatelli, come dire, non c’è nome che tenga. Così succede anche nei prodotti: ah, che bello quel naming, che prodotto di successo grazie a quel naming, si discute nei brainstorming interminabili. Tutte palle, è il prodotto di successo a fare grande il nome, e non viceversa, nel 99% dei casi. E’ che i prodotti con nomi bellissimi, ma decisamente morti, non se li ricorda mai nessuno per poter testimoniare questa verità. E ora scusate, devo andare, ho da fare una combinazione di venti aggettivi/sostantivi da combinare in coppie (x alla y meno uno) che poi farò votare scientificamente a una serie di svogliate signore che perdono un pomeriggio per un buono da venti euro.
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