Se il mio Breil potesse parlare (in slavo)

A volte la casualità dei contesti mette in evidenza ancora più chiaramente quanto siano superficiali e vuoti certi tipi di comunicazione: ma qualche volta non tutto va perduto. Per esempio, da qualche settimana incrocio il cartellone della Breil con la solita gnocca  finta, altezzosa, plasticosa e rancorosa, che lascia immaginare chissà quale sofisticato storytelling da parte di un improbabile orologio parlante. Ora, inaspettatamente al marketer originante, sotto quel sei per tre staziona stabilmente una ragazza biondina e slavata, somigliante in qualche modo alla modella, ma dall’abbigliamento “succinto fai da te che vorrebbe essere provocante”.

Poco distante, la scena si ripete: probabilmente nessuna delle due ha un Breil, ma se i loro orologi potessero parlare, racconterebbero probabilmente di ore davanti a camion che rallentano, un po’ di decine di minuti di lavoro, orari di sere tutte uguali. Magari alla Breil non piace l’effetto collaterale, ma come campagna di sensibilizzazione sociale funziona alla grande.