La teoria del banner sociale

Che la percentuale di clic sui banner sia infinitesimale, si sa: e questo nonostante siano sempre più grandi, a tendina, a sipario, sopra o sotto i contenuti, dinamici, multimediali, interattivi, behaviourali, ecc. ecc. E la situazione non può che peggiorare, visto che tutti i siti si stanno socialnetworkizzando (è ormai palese e lapalissiano, no, che tutto ciò che interessa online viene dall’interazione con altre persone – come trend, almeno – prendete per esempio le immagini in Flickr, le più viste mica sono le più belle: sono quelle in cui ci si ritrovano più persone o prese da un evento sociale) e che in quest’area l’efficacia della pubblicità è ancora più scarsa. Ora, possiamo affinare sempre più le nostre armi, targettizzare, splittare, segmentare, infilzare, osservare, videosorvegliare, prendere le impronte digitali ai navigatori, e poi cercare di fornire qualcosa di rilevante, secondo le nostre supposizioni. Ok, a qualcosa può servire. Ma.

Pensate a un portale che conoscete, come ve lo ricordate nel 1998 e com’è ora nel 2008: qual è l’unica cosa che è rimasta quasi identica? Il banner. Ora, io ho qualche idea (molto naive come al solito) sul perchè questo povero UFO chiamato banner è così tanto ignorato – e anche su come renderlo più umano.

1) il banner (ma vale anche per Adsense) è forse l’unico elemento del web ancora senza fissa dimora: non ha un permalink, un feed – salvabile nei preferiti o in del.icio.us o nel mio Google Notebook, senza lasciare la pagina da cui lo sto guardando. Ehi, se sto facendo pokes in giro alle mie amiche, magari ci vorrei guardare a quello che vuoi vendermi, ma dopo. Ma lui è uno di quei venditori porta a porta che o compri subito o niente. E se torni, lui di solito non c’è più, puf.

2) il banner è geloso: vuole che siate sempre e solo tu e lui, e non vuole che tu ne parli in giro – forse ha la coda di paglia, chissà. Perchè non posso condividere il permalink del messaggio in Facebook o in Twitter, o aggiungermi alla tua pagina aziendale di Facebook o di MySpace o dove vi pare – senza lasciare la pagina da cui lo sto guardando?

3) il banner è antisociale: perchè non vuole mettermi in contatto con gli altri che hanno cliccato la stessa cosa e che evidentemente lo ritengono interessante, magari mediante il login con alcuni social network esistenti? E così si priva pure dell’opportunità di raggiungere gli amici degli amici.

4) il banner è anticonversazionale: non vuole sapere per niente cosa ne penso di lui. E tanto meno che lo faccia sapere agli altri. E invece potrei anche rafforzare la sua reputazione, sai mai che abbia gia’ acquistato quel prodotto e non sia per niente male? Un like o una stellina perduta.

5) i banner fanno solo battute da ba(nne)r e non riescono mai a essere interessanti davvero. E sì che nel bene e nel male, la conversazione potrebbe sgorgare: guardate questo post su Friendfeed, circa i nuovi (orribili) banner sul sito di SMAU, che minidiscussione ha creato (e anche, comunque, visibilità per la travagliata rassegna ICT)

Dite, e ‘chi mai metterebbe nei preferiti la URL di un banner?’ Ok, forse è vero. Però io un tentativo, per cambiare ‘sto pezzo di naftalina della storia in un oggetto umano e contemporaneo, proverei a farlo. Magari Metafora potrebbe farci un pensierino.

PS: naturalmente si dovrebbero poi spostare le metriche dalle # view/click al ‘# add/follow/share/reply/comment..’.

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