"E mandano il tutto a una banca dati che dal vostro aspetto e atteggiamento deduce se la reclame sia efficace o no."
Non riuscirò mai ad abituarmi al fatto che i media tradizionali non riescano proprio a vedere la discontinuità provocata dalla rete nell’ecosistema dell’advertising e continuino anzi a proporre gli estemporanei residui disperati affinamenti estetici (come il poster in questione che ‘spia’ i passanti per sapere come sta andando – è un poster insicuro, poveretto!) come l’alba di un nuovo mondo anzichè come le ultime luci del tramonto, rimanendo intrappolati in quel percorso lineare pre-web per il quale ‘ogni spazio occupabile sarebbe stato pubblicitariamente occupato e con successo’, che aveva avuto una mirabile rappresentazione cinematografica in Blade Runner (ricordate l’immenso cartellone Coca-Cola, Atari, Pan Am, TDK?*) e in letteratura con il romanzo cult Infinite Jest, che descrive un futuro in cui anche gli anni sarebbero stati sponsorizzati.
Il peer-to-peer (nel senso più lato immaginabile) ha sconvolto quel percorso apparentemente obbligato, e la Los Angeles nel 2019 potrà anche essere inquinata come nel film, ma sicuramente avrà molti meno cartelloni pubblicitari, spioni o intelligenti che siano: bisognerà dirlo anche al Corriere.
* Pare che la leggenda indichi come quasi tutte fallite le aziende i cui cartelloni apparivano nel film, ma questa è (forse) solo una coincidenza beffarda.
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