Confesso: io, The Tipping Point di Malcolm Gladwell, mica l’avevo mai finito (su Anobii la data di inizio deve essere all’incirca il 2005). Avevo letto fino al secondo capitolo, quello famoso della Law of the Few, dei Connectors (coloro con smisurate relazioni), dei Mavens (i guri/espertoni di qualcosa in particolare), dei Salesmen (ecco, questi ultimi mi sembravano da subito un po’ il punto debole della costruzione, per la verità) e lì mi ero fermato, tanto la dinamica dei fenomeni virali mi era sembrata sufficientemente chiara (e anche per la supposizione – a volte fondata – che i libri americani spesso ripetono quattro o cinque volte i concetti, un po’ per trasformare una serie di post in un volumetto di spessore librerizzabile, un po’ perchè sono condizionati in fondo in fondo dal Gross Rating Point – che è poi come dire in advertisinghese repetita juvant ecc. ecc.)
Però, visto lì nella mia libreria come il più anzianotto dei non letti, mi ha fatto tenerezza e l’ho adottato per qualche giorno sotto l’ombrellone, confuso tra romanzi dei vicini di Wilbur Smith (che non so nemmeno se si scriva così o i Ken Follett ecc. ecc.)
Che dire, credo che The Tipping Point sia, se non attuale, almeno da considerare un testo sacro ad honorem di tutto ciò che poi (il libro è del 2000!) avremmo chiamato Word of Mouth, Viral<var> ecc. ecc. Ma, detto questo, ho da fare alcune rilievi:
- La teoria sopracitata nel libro viene avallata da episodi della guerra di indipendenza americana, e qualche intervista in giro: forse un po’ poco per la hall of fame. Forse visionario ai tempi, ma probabilmente troppo semplicistico.
- I capitoli che avevo ignorato in realtà riservano qualche piacevole sorpresa (anche se veramente a volte un po’ troppo verbose): le analisi del contesto esterno e interno ai gruppi nelle dinamiche virali (e c’è pure la legge di Dunbar – nessuno può avere veramente più di 150 amici)
- Proprio per la sua semplicità, il libro è caduto in cattive mani e in cattive interpretazioni (un po’ come la santa inquisizione sta ai vangeli, o al qaeda al corano), che hanno tenuto in conto solo alcune parti del libro, escludendo il culto delle piccole scintille e usandolo come base teorica per cercare di creare artificialmente nuovi e OGM virus, anzichè cercare di isolare e valorizzare i virus (e i portatori più o meno sani) esistenti in natura (chi non conosce una persona che è Maven, Connector o Salesmen in relazione a un particolare settore o prodotto? Ma cercarli è difficile e non fa budget nè campagne da mettere sulle riviste, e allora, chi ce lo fa fare?) oppure di considerare i Maven/Connector come se fossero canali su cui pianificare
- in pratica, The Tipping Point è un libro che fotografa in modo ottimo le dinamiche del contagio da un punto di vista sociologico, ma che non lo si usi per il reverse engineering di tipo web marketing (1000+ friends in Myspace? Accidenti, un connector! 1550 backlink? Urca, un maven!).
PS: I maven e i connector spesso nemmeno hanno un blog o un profilo – come un mio amico, riconosciuto maven del Blackberry, che ogni volta mi canta l’elogio con tanto di demo spontanea delle splendide funzionalità di messaging, e di come il costo comparato rispetto a un Nokia Symbian sia incredibilmente inferiore, e di come il mio status potrebbe giovarsi di un tale symbol, ecc. ecc.
Ecco, io conoscessi davvero i nomi di 100 maven, per un anno non farei altra attività di marketing che vivere e parlare con loro. Serve solo quella che Gladwell chiama the Maven Trap.
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