Il marketing va in palestra

Avendo ormai solo il solo muscolo del mouse ben allenato, il blogger decide di iniziare un’attività fisica, e assieme a due sventurati colleghi inizia uno scrupoloso benchmarking dell’offerta presente sul mercato.

Il primo tipo di palestra è un sottoprodotto della rete di quelle strane associazioni pseudo sportive ludiche ed eludi fisco stile affiliato ARCI-UISP: in ogni caso, totalmente avulso da qualsiasi logica di customer care e di marketing.

Quando entriamo, la ragazza dietro al bancone alza gli occhi -chi c***o siete?- e dopo aver sentito la nostra richiesta di informazioni -che c’è da spiegare?- ci mostra un foglietto ciclostilato con i prezzi -fascia normale o fascia economica- e ci chiede se -proprio- vogliamo andare a sbirciare la sala pesi e cardiofitness (quel cardiofitness ci provoca una certa sorpresa, a livello di sostantivo, ma sarà la prima e l’ultima volta, poi incasseremo altri termini buffi come Pilates con una certa non chalanche, o abbreviazioni astruse quali GAG*).

Saliamo le scale, la sala è semivuota, tuttavia non fanno prezzi ridotti per la pausa pranzo, in cui effettivamente ci troviamo, e visto il loro sistema di marketing non mi meraviglio più di tanto. Una occhiata agli spogliatoi [cartello: raga, abbiamo messo le telecamere invisibili (certo, ndr) , smettetela con i furti che vi becchiamo], la sensazione generale è quella di una clinica bulgara di lusso.

Uscendo cerchiamo di contrattare un prezzo scontato dalla tipa al bancone, ma lei ci guarda un po’ stranita, in effetti è come chiedere uno sconto alla cassa ticket dell’ASL. Ci saluta con un cenno da gioconda -ci vediamo, forse, ma a me che me frega?- e noi siamo un po’ delusi dal fatto di non aver dovuto mettere in atto le pre-innescate difese anti direct marketing e sales aggressive pitch. Qui non vogliono sapere chi sei e quale numero di cell. hai.
Semplicemente, se ne sbattono di te. Sei vuoi rimanere grasso e fiappo, son cavoli tuoi.

La seconda palestra è stata sicuramente ricavata da un capannone che il titolare ha comprato all’asta fallimentare da un elettrauto oppure recuperato dal padre elettrauto, e riconvertito con il massimo della sua cura possibile, ma risparmiando nei dettagli e sui costi. In effetti dall’esterno sembra che l’elettrauto abbia appena chiuso l’attività.

Questo tipo di palestra è caratterizzata da un uso esagerato di font Comic Sans e di Wordart e Clipart stereotipate, declinato su di un numero impressionante di supporti cartacei ognuno con diverso stile pittorico (probabilmente derivante dalla pluralità dei soci), associati a un listino da studiare bene, pieno zeppo com’è di sconticini per nicchie sociali ben definite, come studenti, disoccupati, divorziati, e che invoglia a inventarsi lì per lì proposte di nuove convenzioni per la propria nicchia sociale (collega, marketer, pendolare, trentquarantenne, ecc.).

Proposte che vengono prontamente accettate, il che spiega poi il numero gia’ presente di facilitazioni dedicate. -Volete venire a fare una prova gratuita?- Certo che sì.

La decorazione interna è stata probabilmente fornita da un artista-cliente locale in cambio servizi, che ha dipinto tette e culi tonici ovunque, ma con un che di neoclassico, stile veneredimilo, su sfondi a dominante rosa; riscaldamento a stufa, molto accogliente anche se poi ritrovi i sacchi di pellet sotto le panchine dello spogliatoio, foto di forzuti e gnoccone (locali? ne dubitiamo) alle pareti.

Il risultato è un mix di casa chiusa, terme di Abano, salotto di casa di vecchia zia e barbiere di provincia.

La terza palestra non poteva che essere naturalmente la filiale locale di grande multinazionale global-no-global di geniale miliardario commercial-alternative irlandese, il tempio zen della religione delle tre esse, cioè del sodo, sexy e sudato.

Alla nostra -un po’ timida e sotto le righe- richiesta di informazioni, la receptionist -quasi schiacciasse un pulsante, come quelli antirapina- fa partire il processo di funnelling del prospect.

Arriva Deborah (il nome è di fantasia), in arte Deby (il nick già è adeguato all’ambiente intorno), abbronzatissima tonicissima pushappatissima loquacissima consulente che con le arti della vendita mixate con un po’ di gattonaggio femminile parte con il suo ben collaudato agguato teso in primis a strapparci il piu’ possibile di informazioni personali (per parlare con lei dovete prima compilare un questionario “cosa cerchi qui”, risposte possibili: amicizia, amore, fama, successo, calo di peso, popolarità, e via dicendo) e poi ad abbattere le nostre difese di fronte alle inevitabili perplessità che il prezzo piatto On/off (un anno costa un botto, un mese anche di più) suscita.

In effetti, il loro non è un servizio, è più una green card, un lasciapassare per allontanarci dal mondo pallido, floscio e molliccio della gente normale, ed entrare nell’olimpo dei prescelti. E’ giusto non ci siano convenzioni orarie. O sei in, o sei out.
Suonati come pugili, ci salviamo al gong accettando un buono di prova gratuito.

Ma, al momento della verità, al first moment of truth, la gloriosa macchina da marketing si inceppa. Il nostro buono gratuito ci fa sì entrare, ma ci lascia poi in un limbo dove la palestra gira attorno a noi senza che nessuno dello staff faccia un po’ di vendita creativa.

Il baby istruttore che becchiamo lì per lì non è stato attivato dalla reception e continua nel comportamento di sottovalutazione del prospect, che come insegnano le società di telecomunicazioni, vale invece molto di piu’ del cliente acquisito, che può essere tranquillamente trascurato, lì a marcire da solo.

Nel monitor LCD della mia ciclette ho sintonizzato una tv locale che trasmette lo scioglipancia giorno e notte. Mi faccio il cross selling da solo.

Però gli spogliatoi sono -sembrano- in roccia. Gli armadietti contengono ognuno un’operazione diversa di marketing (la newsletter, la net-community, il member get member, ecc.) . Cominciamo a delirare: l’acqua delle docce sarà stata offerta da Evian? Ci saranno prove gratuite di deodoranti sponsor negli spogliatoi?

Il tono della documentazione è ammiccante, la battuta è imperante – smollaci i mocciosi, dai non fare il pigro vieni a provare il gag (oramai usiamo i termini gergali con una certa perizia), togli le scarpe prima di salire sulla bilancia, tutto aiuta!- e via dicendo.

Alla fine l’impressione è della gioiosa macchina da guerra marketing dotata di sofisticati missili di precisione teleguidati, ma composta a livello umano o di soldati di ventura che lavorano per la provvigione (la Deby, che continua a telefonarci proponendo improbabili promozioni che scadono entro pochi giorni o con soli 5 pezzi rimanenti –proprio a noi, che rinnoviamo ogni 20 giorni la stessa uguale promozione, senza pudore, da almeno due anni-) oppure da simil-formiche-operaie, programmate per uno task preciso, e che non vedono proprio il quadro generale.
La green card per le colonie ultra mondo può aspettare.

*Gambe Addominali Glutei, se ricordo bene.