Generare attenzione se si è creativi non è poi così difficile, ma l’attenzione è volatile.
Il vero problema è riuscire ad entrare nella “mappa mentale di considerazione” dei propri pubblici per un arco temporale sufficientemente lungo affinché il messaggio venga “fissato”.
Sono d’accordo con Maurizio, che si riferisce al marketing non convenzionale, detto ormai guerriglia marketing. Lo stesso problema si pone con il product placement: facile farsi vedere, il difficile è rimanere in mente, passare dall’esposizione all’attenzione; funzionerà solo se l’oggetto è in sintonia con la vita, il bisogno o il modo di pensare più o meno immediato dello spettatore: quante Panda 4×4 entreranno percentualmente nella mappa mentale di attenzione degli spettatori di James Bond? A quanti frega veramente di cosa indossano gli sfigati della Talpa? Invece sono convinto che l’arredamento Ikea inserito subdolamente nella trasmissione SOS Tata in onda su Sky Qualcosa sia un ottimo investimento. Il rischio è che ottimi investimenti misurati sulla scala dell’esposizione siano pessimi investimenti nella scala dell’attenzione, corrispondente in ultima analisi al tempo mentale che ognuno di noi decide liberamente di dedicare. E che non si cattura con interruzione, nè si induce con il posizionamento nella trama, ma si attrae, non c’è scorciatoia, con l’utilità elargita o la complicità percepita.
PS: ti stai chiedendo che razza di programmi guardo? Hai pienamente ragione.
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